I “No”che aiutano a crescere
Giorgio Cremaschi
Non ci provate. Come sono goffi i tentativi di ridurre la mobilitazione mondiale di oggi alla retorica liberista del conflitto dei figli contro i padri. No, i giovani che oggi scendono in piazza, disoccupati, precari, sfruttati, privati del futuro, non pensano affatto che i loro avversari siano quei padri e quelle madri che stanno subendo la distruzione dei diritti contrattuali e sociali. Oggi figli e genitori scendono in piazza assieme e hanno chiarissimi obiettivi ed avversari. Essi sono il governo finanziario della globalizzazione, quel pugno di ricchi che decide i destini del mondo, la dittatura delle banche che impone quelle politiche economiche, anche attuate da governi di centrosinistra, che rispondono alla crisi della globalizzazione con un liberismo estremo, violento e stupido.
Di tutto questo c’è consapevolezza, da New York fino al Mediterraneo, in quelle decine e decine di paesi ove sta tornando in campo quel movimento già definito come la seconda potenza mondiale, che oggi si concentra contro la devastazione sociale e ambientale attuata dal capitalismo finanziario internazionale. Non c’è spazio per le guerre tra i poveri e tra le generazioni: il movimento annuncia una moderna lotta di classe.
Esattamente un anno fa, il 16 ottobre, in piazza San Giovanni a Roma si incontravano i movimenti di lotta attorno alla Fiom, contro i diktat di Marchionne. Erano stati gli operai di Pomigliano i primi a dire no al nuovo ricatto della globalizzazione. Il messaggio della Fiat era chiaro e brutale: se vuoi mangiare, se vuoi sopravvivere, devi rinunciare a ogni diritto, devi concederti totalmente alla mercificazione.
Per questo il no degli operai di Pomigliano ha parlato a tutto il paese e si sono riconosciute in esso milioni di persone. Dagli studenti ai migranti sopra le gru, dai movimenti civili al popolo della Valle Susa, al movimento delle donne e infine il popolo dei beni comuni, che è diventato maggioritario con il referendum di giugno.
A tutto questo ha risposto un vero e proprio golpe economico, attuato da quel potere finanziario installatosi in Europa con la Bce, che aveva già condotto le sue tragiche sperimentazioni in Grecia. A un anno di distanza dal no di Pomigliano, la lettera di Draghi e Trichet di quest’agosto ha chiarito che il ricatto di Marchionne non riguardava solo i lavoratori Fiat, ma era un modello per tutto il paese. Non a caso da quella lettera è nato l’articolo 8 della manovra che estende gli accordi Fiat a tutto il mondo del lavoro. E se Marchionne pretendeva di non rispettare più contratti e leggi sul lavoro, Draghi e Trichet esigono addirittura il cambiamento formale della Costituzione.
Ebbene, all’estendersi di questa aggressione ai nostri diritti sociali e costituzionali, al suo crescere di intensità e dimensione, i movimenti hanno saputo rispondere con una veloce maturazione politica. Il 14 dicembre dell’anno scorso gli studenti manifestarono davanti ai palazzi del potere politico. Oggi si va davanti a Bankitalia. Perché il potere politico, svilito e umiliato dal governo Berlusconi, non può riconquistare la sua dignità se si limita solo a trovare il modo di liberarsi dell’attuale Presidente del Consiglio. Questo è indispensabile e urgente, ma non avverrà nel vecchio teatrino della politica. Sopra Berlusconi, a mettere in crisi la nostra democrazia, sta il potere costituente del grande capitale e dei patti europei che lo gestiscono. Marchionne, Draghi, Trichet, così come Wall Street e la grande finanza internazionale, oggi hanno ridotto le democrazie a simulacri formali, ove attori impauriti attendono i giudizi delle agenzie di rating.
Il no di Pomigliano, il no alla Gelmini, sono diventati così il no a Draghi e Trichet, atti costituenti di una nuova politica.
E’ giusto essere chiari. I dirigenti politici che verranno in piazza e quelli che strizzeranno l’occhio al movimento sperando di usarne gli umori e il consenso per raccogliere voti, sono anch’essi sottoposti a giudizio. E’ tempo di scelte nette. Chi non è disposto a rinviare al mittente la lettera della Bce, chi non è disposto a considerare Marchionne l’esponente di una destra reazionaria uguale a quella incarnata da Berlusconi, è contro le rivendicazioni e lo spirito profondo di coloro che oggi scendono in piazza.
Così pure chi pensa di affrontare questa crisi con i patti sociali e con accordi come quelli del 28 giugno (non a caso esaltato nella lettera di Draghi e Trichet), chi pensa che si esce dalla crisi rassicurando i mercati non sta con questo movimento.
In piazza oggi scendono forze diverse, con storie ed esperienze autonome. Ciò che le accomuna è la necessità di indipendenza dall’attuale quadro, in Italia come in Europa. Siamo fieri che la parola d’ordine “non pagare il debito”, al centro della nostra assemblea del 1° ottobre, sia stata il motivo unificante di tutti i cortei di giovani che in questi giorni hanno percorso il paese.
Oggi in piazza non ci sono solo istanze sociali, civili, ambientali, ma c’è la politica. Non quella del palazzo o dei logori schieramenti che vogliono alternarsi nel gestire il disastro, ma quella fondata sulle persone che si organizzano per decidere delle proprie vite.
Il no a Marchionne, il no a Draghi e Trichet, sono no che aiutano a crescere. E hanno fatto crescere la domanda e la costruzione di una nuova politica fondata sul rifiuto e sulla radicale alternativa rispetto alla dittatura bancaria e finanziaria che sta distruggendo democrazia e stato sociale.
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