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Tutto esaurito il bond Telecom [IlSole24h]

16 ottobre 2011
By admin

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Antonella Olivieri

Costa caro a Telecom Italia il rischio-Paese. Il gruppo di tlc è uscito ieri con un’emissione obbligazionaria da 750 milioni di euro, la prima da luglio per un corporate “periferico” dell’eurozona insieme a quella di Iberdrola. Con scadenza 20 gennaio 2017, il titolo offre un rendimento effettivo del 7,15%, ben distante dal 5,2% del bond quinquennale da un miliardo lanciato a gennaio. «L’operazione è stata di grande soddisfazione per noi», sottolinea comunque il direttore finanziario Andrea Mangoni che cita l’entità della domanda, arrivata a 4,5 miliardi con richieste da parte di 400 investitori, a dimostrazione del fatto che, nonostante la revisione dell’outlook operata dalle agenzie di rating, «non c’è un deterioramento del merito di credito di Telecom».

La grande richiesta – proveniente per la metà da Germania, Francia e Regno Unito – ha permesso di collocare le obbligazioni a condizioni migliori da quelle inizialmente indicate dal consorzio partecipato da Bnp, Deutsche Bank, Citigroup, Mediobanca, Intesa-Sanpaolo, Credit Suisse e Bilbao Vizcaja Argentaria, con una guidance di rendimento del 7,25% per uno spread sul tasso mid swap di 505 punti base. Il prestito è stato poi prezzato a 498 bp, comunque il doppio rispetto ai 250 punti del bond di inizio anno. In termini relativi, tuttavia, il premio sui credit default swap è stato contenuto in 60 punti base, «allineato cioè – sottolinea il cfo – a emissioni di società con rating ben più elevati di quello di Telecom Italia». E i cds di Telecom ieri in mattinata erano ai livelli dell’Italia, come dire che il rischio è “sistemico”.

«In realtà – spiega Mangoni – stiamo registrando un forte miglioramento della generazione di cassa, tanto che, nonostante l’esborso per la sottoscrizione dell’aumento di capitale di Tim Brasil e per l’aumento dell’interesse economico in Telecom Argentina, abbasseremo l’indebitamento netto a 29,5 miliardi, come era previsto per fine anno». Questo, precisa però il direttore finanziario di Telecom, prima dell’esborso di 1,26 miliardi per le frequenze LTE per la telefonia mobile di quarta generazione (la cui prima tranche da 750 milioni da effettuarsi entro il 2 novembre), che temporaneamente farà aumentare l’indebitamento. A fine 2011 il dato si attesterà dunque intorno a 30 miliardi rispetto a un target di 25 miliardi a fine 2013. «A fine piano resta l’obiettivo di ricondurre l’indebitamento a un rapporto net debt/Ebitda intorno a 2 volte», perchè, conferma Mangoni, «la miglior generazione di cassa, derivante da una stabilizzazione sul versante domestico e dall’aumento del contributo del Brasile, ma anche dell’Argentina, permetterà di riassorbire l’esborso per le frequenze LTE». Asta che è andata oltre le previsioni con una spesa per Telecom che sarà spalmata su quest’anno, per la prima tranche, e per il resto sui successivi cinque anni.

Di fatto, l’emissione obbligazionaria di ieri andrà a coprire la prima rata del pagamento delle frequenze, senza intaccare la posizione di cassa che, per politica prudenziale dell’azienda, prevede di mantenere un livello di disponibilità in grado di coprire circa tre anni di scadenze. Per Telecom le scadenze sono dell’ordine di 4,5 miliardi all’anno, mentre alla liquidità attuale superiore ai 5 miliardi sono da aggiungere linee di credito committed per 7 miliardi. Con l’operazione di ieri si chiude a 2,5 miliardi la raccolta obbligazionaria di Telecom per il 2011 (tre in tutto le operazioni per un costo medio del 5,65%), riducendo così il debito in cirolazione con il conseguente risparmio di oneri finanziari (il costo medio del debito è attualmente attestato al 5,43%).

«Di ricapitalizzare non abbiamo alcun bisogno – mette le mani avanti Mangoni – dal momento che abbiamo presentato un percorso di deleverage ritenuto soddisfacente dal mercato che confermiamo anche in presenza delle uscite straordinarie». E i dividendi, promessi in aumento del 15% all’anno? «Fatto salvo che a decidere in merito è il consiglio, non ci sono elementi che giustifichino di modificare quanto comunicato al mercato», rassicura il direttore finanziario. Niente aumenti, dunque, sempre che non si presentino opportunità che modifichino il quadro. Ma «il deleverage resta la priorità».

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